BREXIT: senza accordo dazi alimentari in crescita del 13%

GAZZETTA DI PARMA – INSERTO “ECONOMIA” – 07 dicembre 2020

Mentre i negoziati tra UE e UK sono ancora in alto mare, le aziende europee dell’agroalimentare si preparano a commerciare con il Regno Unito nell’epoca post-Brexit.

Con la definitiva uscita del Regno Unito dall’Unione Europea prevista per il 1 gennaio 2021, gli effetti negativi della Brexit sul commercio e sull’economia europea ed internazionale si faranno evidenti: per continuare a commerciare ed esportare in UK le imprese dovranno infatti adeguarsi alle nuove normative previste e saranno obbligate a dotarsi di un identificativo inglese oltre che di rispettare le ristabilite formalità doganali. La Brexit decreterà inoltre l’immediata invalidità dei marchi dell’Unione Europea (marchi UE), delle privative comunitarie e delle indicazioni geografiche nel Regno Unito.

Sulla base di queste premesse, la Commissione  Europea ha più volte cercato di addivenire ad un accordo con i negoziatori britannici idoneo a garantire la protezione dei diritti di proprietà intellettuale europei, nell’intento di tutelare non solo i  marchi comunitari e le indicazioni geografiche europee oggi esistenti ma anche quelli futuri. Se, come sembra, l’UE non riuscisse a trovare un accordo negoziale in tal senso (i negoziati sono ancora in corso nonostante l’iniziale promessa bilaterale di concluderli entro e non oltre il 31 ottobre 2020), i produttori dell’UE sarebbero costretti ad applicare le regole (sfavorevoli) imposte dal commercio internazionale e dall’OMC oltre che a pagare i ristabiliti dazi doganali. Secondo alcune recenti stime, ad oggi, i dazi medi del comparto agroalimentare si attesterebbero sulla soglia del +13%.

Quale sorte per i marchi UE?

Per tutti i marchi UE, oltre che per quelli internazionali con indicazione UE, i quali saranno già stati registrati e pubblicati alla data del 31 dicembre 2020, l’Ufficio per la Proprietà Intellettuale del Regno Unito (UKIPO) creerà automaticamente, senza costi aggiuntivi o formalità ulteriori, una registrazione nazionale equivalente con la medesima data di validità, di deposito e di priorità della corrispondente registrazione UE, oltre che dell’eventuale nota di preesistenza della domanda originale di marchio UE. Nel caso in cui la domanda di marchio fosse ancora pendente il 1 gennaio 2021 o, comunque, non ancora pubblicata, il richiedente dovrà invece depositare una nuova domanda di marchio presso l’UKIPO. Per quanto riguarda i marchi collettivi e di certificazione, questi seguiranno le medesime regole di un marchio UE, fatta salva la possibilità per l’UKIPO di contattare il titolare del marchio collettivo o di certificazione e di richiedergli una traduzione inglese del Regolamento d’uso, pena il decadimento dal diritto di esclusiva del marchio stesso.

Le indicazioni geografiche

Per quanto riguarda i prodotti DOP ed IGP, appare dapprima importante ricordare che le esportazioni italiane di tali prodotti nel Regno Unito hanno oltrepassato il miliardo di euro nel 2019 e che, senza un’adeguata tutela gli stessi rischiano di subire una certa concorrenza sleale da parte di produttori extra-europei. Secondo le informazioni disponibili al momento, le indicazioni geografiche attualmente registrate in Unione Europea risultano ancora oggi prive di protezioni normative specifiche. Detto in altri termini, il Regno Unito sembra non volere riconoscere a tali prodotti una tutela giuridica specifica, creando di fatto oltre Manica un enorme porto franco nel quale tutti potranno dichiarare tutto, senza controlli e senza, appunto, regole da rispettare. Ciononostante, alcune indiscrezioni istituzionali garantiscono che i negoziatori stiano trattando per un riconoscimento automatico delle indicazioni geografiche già vendute sul mercato inglese e per l’estensione della loro attuale tutela anche in epoca post-Brexit.

La certificazione biologica

Per quanto riguarda il biologico, invece,  il governo britannico ha divulgato un comunicato specifico in cui sono diramate alcune “ linee guida” rivolte ai produttori biologici nazionali riguardo ai cambiamenti che la Brexit apporterà al settore dell’agricoltura biologica dal 1° gennaio del prossimo anno. Tutti coloro che producono, trasformano, etichettano o commercializzano alimenti e mangimi biologici in Gran Bretagna (Inghilterra, Scozia e Galles), dovranno seguire le regole del Regno Unito a partire dal 1 ° gennaio 2021 e la Gran Bretagna riconoscerà gli standard biologici europei come equivalenti ai fini del commercio fino al 31 dicembre 2021, pur obbligando tutti i produttori locali e gli importatori europei all’ottenimento di una preliminare certificazione emessa dal preposto Organismo di Controllo inglese.

Insomma, con l’uscita dall’Unione europea si teme che si affermi in Gran Bretagna una legislazione sfavorevole alle esportazioni agroalimentari italiane, sebbene manchino ancora informazioni ufficiali e  dettagliate al riguardo da parte dei negoziatori. Una cosa è certa, dal 1 gennaio 2021 i commerci con il Regno Unito non saranno più gli stessi e le aziende europee dovranno confrontarsi con nuove regolamentazioni internazionali e nuove barriere nazionali al fine di evitare che i propri prodotti possano essere bloccati in frontiera, contraffatti in UK, sanzionati dal fisco inglese o, peggio, distrutti perché considerati inidonei alla commercializzazione.

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