Rischio carcere per chi commercializza IG contraffatte

GAZZETTA DI PARMA – INSERTO “ECONOMIA” –  21 giugno 2021

A seguito di una perquisizione dell’autorità di controllo, i titolari di alcuni esercizi commerciali siciliani che rivendevano false confezioni di “Cioccolato di Modica IGP” sono stati denunciati penalmente e rischiano la reclusione in carcere fino a 4 anni!

A seguito di una perquisizione della Guardia di Finanza di Ragusa, sono stati sequestrati 20 mila confezioni false di cioccolato di Modica, di cui almeno 6.000 recanti illecitamente la sigla IGP sulle confezioni, per un valore commerciale di oltre 50 mila euro. Per i titolari dei 6 esercizi commerciali è subito scattata una denuncia per frode nell’esercizio del commercio e per contraffazione di indicazioni geografiche o denominazione di origine di prodotto agroalimentare. Ora rischiano il carcere ed una multa piuttosto onerosa.

Frode nell’esercizio del commercio

Per quanto riguarda il primo reato attribuito ai commercianti siciliani, la frode nell’esercizio del commercio, è bene ricordare come questo sia regolato all’art. 515 del codice penale e rientri tra i delitti contro l’economia pubblica. Esso è finalizzato alla protezione sia del pubblico dei consumatori, che degli stessi commercianti ed è posto a tutela della libertà, della produzione e dello scambio di beni e servizi, nonché a protezione della fiducia nell’esercizio delle attività commerciali. Tale reato, punito con la  reclusione fino a 2 anni e con una multa fino a Eur 2.065, si configura ogni qualvolta in un’attività commerciale o in uno spaccio aperto al pubblico venga consegnato all’acquirente un bene diverso da quello inizialmente dichiarato o pattuito con il commerciante, ossia eterogeneo per origine, provenienza, qualità o quantità. Per quanto riguarda la volontà del soggetto di commettere un illecito, è sufficiente che colui che ponga in essere la condotta fraudolenta – sia esso il titolare di una ditta o di un esercizio commerciale o un suo dipendente o rappresentante – abbia la consapevolezza di vendere un prodotto effettivamente dissimile da quello richiesto (e pagato) dal consumatore. Nel caso del cioccolato sequestrato a Ragusa, per esempio, l’intento dei soggetti arrestati di commercializzare un cioccolato “di Modica” in realtà prodotto all’estero, avrebbe indotto numerosi consumatori a comprare quelle false confezioni di cioccolato modicano ad un prezzo di molto maggiore rispetto a quello di un normale cioccolato da scaffale non garantito per provenienza ed origine, consegnando ai clienti un prodotto diverso da quello auspicato così da perfezionare il reato di frode nell’esercizio del commercio.

Contraffazione di DOC/DOP/IGP

I titolari indagati non rischiano solo una denuncia per frode nell’esercizio del commercio: la Guardia di Finanza ha infatti riscontrato la presenza di circa 6.000 confezioni, di falso cioccolato di Modica su cui veniva riportata l’ingannevole dicitura “IGP”. Nella piena consapevolezza che quei prodotti non fossero realmente contraddistinti come Indicazione Geografica, i militari hanno quindi fermato gli odierni indagati accusandoli  del reato di cui all’art. 517-quater del codice penale rubricato “Contraffazione di indicazioni geografiche o denominazioni di origine dei prodotti agroalimentari”. Tale norma, introdotta al fine di garantire una maggiore tutela ai diritti di proprietà industriale con la L. n. 99 del 2009, mira a sanzionare con la reclusione fino a due anni e con una multa fino ad Euro 20.000 chiunque, a fini di profitto, introduca nel territorio dello Stato, detenga per la vendita, offra in vendita diretta ai consumatori e metta in circolazione prodotti agroalimentari con indicazioni o denominazioni contraffatte (comma 2). L’art. 517-quater cp non richiede che l’origine del prodotto sia tutelata attraverso la registrazione di un marchio collettivo ai sensi della normativa nazionale e fornisce una tutela certamente più ampia di quella riconducibile all’art. 517 cp – “Vendita di prodotti industriali con segni mendaci” che punisce la messa in circolazione di prodotti con segni distintivi ingannevoli, in quanto non richiede che le indicazioni fallaci siano idonee ad ingannare il pubblico dei consumatori, orientando la tutela verso gli interessi economici dei produttori titolati ad utilizzare le predette indicazioni o denominazioni.

Alla luce di quanto appena successo in Sicilia, il legislatore promette di intensificare i controlli sulla filiera agroalimentare e di punire duramente gli illeciti di questo tenore. Si prospettano tempi (ancora più) duri per coloro che contraffanno prodotti IGP/DOC/DOP…

FOCUS TECNICO

L’interpretazione estensiva della Cassazione sull’art 517 quater a tutela delle IG

Con la sentenza n. 49889 del 10 ottobre 2019, la Sezione Terza Penale della Corte di Cassazione, chiamata a decidere su un provvedimento di sequestro di mosto di uve da tavola destinato alla produzione di aceto balsamico di Modena sebbene diverso da quello prodotto con specifici vitigni e secondo le previsioni del disciplinare di produzione, ha offerto un’analisi accurata della condotta tipica descritta all’art. 517 quater c.p. rubricato “Contraffazione di indicazioni geografiche o denominazioni di origine dei prodotti agroalimentari”. Nella stessa giurisprudenza, la corte Suprema ha anche statuito come sia possibile sostenere l’estensione della garanzia penalistica non solo all’indicazione IGP/DOP in sé e per sé considerata, ma anche alle indicazioni contenute nel relativo disciplinare e, pertanto, alle materie prime utilizzate (nonché al luogo di produzione, il metodo di ottenimento del prodotto costituenti contenuto minimo del disciplinare); ne deriverebbe che il delitto di contraffazione di indicazioni geografiche o denominazioni di origine dei prodotti agroalimentari sarebbe configurabile non solo nel caso di falsificazione (totale o parziale) del segno IGP/DOP, ma anche quando non sia rispettato il relativo disciplinare di produzione.

Francesco Maria Froldi
Quid Juris?- Studio Legale Associato

L’alleanza tra E-Bay e Mipaaf per combattere le frodi online

GAZZETTA DI PARMA – INSERTO “ECONOMIA” –  17 maggio 2021

È stato rinnovato il 10 maggio l’accordo tra Mipaaf, orIGin Italia, Federdoc ed eBay per la tutela delle Indicazioni Geografiche sulla piattaforma di eCommerce.

Con circa 313 prodotti alimentari e 526 prodotti vitivinicoli, l’Italia è il Paese europeo con il maggior numero di prodotti agroalimentari a denominazione di origine e a indicazione geografica riconosciuti dall’Unione europea, come un’ulteriore dimostrazione della grande qualità delle nostre produzioni, ma soprattutto del forte legame che lega le eccellenze agroalimentari italiane al proprio territorio di origine. Tuttavia, l’Italia è anche uno dei Paesi industrializzati soggetto al più alto numero di contraffazioni dei prodotti alimentari di qualità, ora anche via web. È necessario, quindi, che le aziende produttrici approntino una sempre più elevata tutela delle proprie eccellenze alimentari, salvaguardando la proprietà intellettuale ed il know-how faticosamente acquisito nel tempo.

Frodi online: attenzione al “Made in Italy”

La tendenza ad acquistare alimenti e bevande via web ha ormai assunto una grande rilevanza soprattutto tra i consumatori più giovani. Con l’avvento della pandemia, infatti, le vendite online dei prodotti Food&Beverage per il tramite delle piattaforme dell’eCommerce come eBay e Amazon sono decollate e, secondo alcuni studi condotti presso il Politecnico di Milano, le vendite online registrate nel 2020 hanno raggiunto quota 2,5 miliardi di euro, con un numero di italiani coinvolti in questo genere di acquisti pari a 2 milioni: non poco, se si considera che le attività di rivendita alimentare sul territorio non hanno mai chiuso i battenti neanche in epoca pandemica. L’incremento delle vendite online a dispetto di quelle effettuate in negozio denota certamente un mutamento dei tempi con cui i produttori ed i rivenditori dei prodotti agroalimentari di qualità ad Indicazione Geografica sono chiamati a confrontarsi. Se, però, da una parte gli acquisti online significano un’apertura al mercato globale, capace di aumentare la visibilità e la rinomanza dei prodotti commercializzati, dall’altra parte l’abbattimento delle frontiere fisiche comporta l’ingresso del produttore in un mercato in cui la concorrenza è spietata e spesso sleale. Per quanto riguarda la vendita dei prodotti agroalimentari sulle piattaforme di eCommerce, per esempio, essa comporta l’assunzione di enormi rischi da parte delle aziende produttrici di Indicazioni Geografiche dal momento che la concorrenza via web si concretizza in una miriade di annunci ingannevoli di prodotti agroalimentari contraffatti in grado di minare la reputazione del prodotto originale. Alla luce di queste premesse,  risulta quanto mai importante garantire, da una parte, la tutela del prodotto certificato e la valorizzazione del lavoro svolto dagli agricoltori e dalle aziende locali, dall’altra, l’esigenza di assicurare il diritto del consumatore di buona fede a non essere soggetto a truffe alimentari.

L’accordo innovativo tra Mipaaf ed eBay

Nell’ottica di implementare nuove strategie di tutela dei produttori e dei consumatori rientra sicuramente l’accordo sottoscritto dall’Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi (ICQRF) del Mipaaf, dalla responsabile Italia della piattaforma di eCommerce “eBay”, da orIGin Italia e da Federdoc in data 10 maggio 2021, il quale conferma la necessità di collaborazione tra Istituzioni, aziende e associazioni di categoria nella lotta alle contraffazioni delle eccellenze agroalimentari italiane e nella tutela dei sempre più numerosi cyber-consumatori. Tale accordo, che riprende in realtà un precedente patto del 2014 in cui le parti si impegnavano a contrastare la contraffazione e proteggere i marchi di origine, ha come obiettivo quello di abolire o, quantomeno, arginare, il fenomeno delle vendite online di contraffazioni o imitazioni dei prodotti ad Indicazioni Geografica su eBay, e risulta essere il primo accordo al mondo stipulato tra un’Istituzione pubblica ed una piattaforma di eCommerce finalizzato alla tutela del patrimonio agroalimentare su web. In sintesi, l’accordo decreta alcuni importanti presupposti affinché venga svolta una costante attività di controllo da parte delle autorità competenti sulla filiera della commercializzazione via web delle Indicazioni Geografiche tramite un elevato livello di cooperazione e sinergia tra diverse realtà operanti a diverso titolo nel settore dell’agrifood d’eccellenza, che deve molto alla collaborazione e al know-how acquisito nel tempo dalle rappresentanze dei Consorzi di Tutela a difesa di produttori e consumatori.

COSA PREVEDE L’ACCORDO – FOCUS TECNICO

L’accordo prevede l’attivazione presso l’ICQRF di una sorta di task-force operativa avente il compito di verificare l’autenticità dei prodotti agroalimentari ad Indicazione Geografica acquistati tramite piattaforma eBay. Qualora l’ICQFR dovesse riscontrare online la presenza di “falsi” alimenti che usurpano, imitano o evocano prodotti di qualità a indicazione geografica, essa dovrà segnalarli tempestivamente e direttamente al sistema di protezione della proprietà intellettuale del colosso dell’eCommerce il quale, dal canto suo, si impegna a rimuoverli in brevissimo tempo dai propri canali di vendita nell’interesse dei propri clienti. Non solo: a dispetto del precedente patto siglato nel 2014, nel nuovo accordo la protezione garantita ai prodotti di qualità certificata sarà estesa anche all’etichettatura degli alimenti, alla loro regolarità ed alla loro rispondenza alle norme europee e nazionali in materia agroalimentare. L’ICRQF potrà così svolgere controlli puntuali anche sulle informazioni presentate sulle etichette dei prodotti commercializzati, prevenendo le contraffazioni e tutelando la salute dei consumatori.

 

Francesco Maria Froldi
Quid Juris?- Studio Legale Associato

 

Reati alimentari a rischio abrogazione: il Governo Draghi corre ai ripari

GAZZETTA DI PARMA – INSERTO “ECONOMIA” – 22 marzo 2021

Con l’entrata in vigore della normativa di adeguamento al Regolamento UE 2017/625, il legislatore italiano ha abrogato alcune disposizioni sanzionatorie fondamentali per la tutela della salute dei consumatori, alcune delle quali furono introdotte nell’ordinamento giuridico italiano già nel 1888 da Re Umberto I.

D.Lgs. 27/21: nuove modalità di controllo sulla filiera alimentare

L’11 marzo 2021 è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il Decreto Legislativo 27/21, entrato poi in vigore il 26 marzo 2021, recante le disposizioni per l’adeguamento della normativa italiana al Regolamento UE 2017/625 relativo ai controlli e alle altre attività ufficiali effettuate dalle autorità nazionali sugli alimenti e sui mangimi, sulla salute e sul benessere degli animali, sulla sanità delle piante e dei prodotti fitosanitari. La nuova normativa europea, direttamente recepita dal legislatore italiano, introduce il principio della classificazione del rischio nella programmazione dei controlli di sicurezza alimentare e sanità animale da parte delle autorità nazionali competenti, con particolare riferimento alle verifiche svolte presso le aziende di alimenti e mangimi (dai produttori primari ai rivenditori al dettaglio, oltre che presso ristoratori, selezionatori, coltivatori, allevatori e commercianti di animali e piante). Essa promuove, inoltre, nuove modalità di controllo da condursi nell’ambito della sicurezza alimentare in materia di O.G.M., di produzione e di etichettatura biologica, d’importazione di animali e merci agroalimentari e di molti altri prodotti venduti via web ed appartenenti alla filiera del Food&Beverages. La nuova normativa prevede che i “nuovi” controlli siano basati su fattori di rischio predeterminati e siano effettuati senza preavviso agli operatori del settore; le informazioni acquisite potranno poi essere facilmente condivise con le rispettive autorità nazionali dell’UE al fine di rafforzare la
cooperazione e l’assistenza amministrativa tra i 27 Paesi europei. Tale d.lgs. ha però creato non poca preoccupazione tra imprenditori e consumatori.

L’abrogazione di alcuni reati ed i rischi per i consumatori

Ma andiamo con ordine. Nel 1888, il Re d’Italia Umberto I introdusse nel nostro ordinamento giuridico alcuni specifici reati in ambito alimentare: tali reati prevedevano che chiunque vendesse o somministrasse ai propri clienti sostanze guaste, insalubri o comunque nocive avrebbe potuto essere punito con una multa e con la carcerazione fino a 6 mesi. A partire da quel lontano 1888, dunque, l’Italia si erge sul panorama internazionale come un Paese attento alla qualità dei prodotti alimentari compravenduti e alla salute dei consumatori. Tuttavia,
dopo quasi un secolo e mezzo, il nostro Paese ha rischiato di tornare sui suoi passi; con l’approvazione parlamentare del d.lgs. 27/21, infatti, sono state abrogate la L. 283/62 ed il DPR 327/8, ossia due tra le più importanti previsioni normative divenute famose per avere effettivamente introdotto nell’ordinamento giuridico italiano numerosi reati sanzionanti la vendita dei prodotti alimentari fabbricati con sostanze di qualità scadente, in cattivo stato di conservazione, alterati, adulterati o comunque nocivi per la salute, dei prodotti contenenti additivi e coloranti vietati e di quelli invasi da parassiti o contenenti al loro interno fitofarmaci vietati. Seppur abrogate, queste norme non sono però state sostituite dal legislatore nel dettato del recente d.lgs. 27/21, lasciando così aziende e consumatori sprovvisti di un’adeguata disciplina sanzionatoria contro la commercializzazione di alimenti deperiti e insalubri. Tale mancata previsione sostitutiva non è di poco conto, dal momento che circa il 70% dei reati alimentari oggi contestati ineriscono specificatamente ai reati previsti dalla L. 283/62 e che, a seguito della sua recente abrogazione, rischiano di restare impuniti.

Il Governo corre ai ripari

Alla luce delle forti critiche espresse dalle associazioni di categoria (non solo dei consumatori, ma anche di giuristi ed economisti) relative vuoto legislativo creatosi con l’approvazione parlamentare del d.lgs. 27/21 nell’ambito dei reati agroalimentari, il 19 marzo 2021, il Consiglio dei ministri ha emanato d’urgenza uno specifico Decreto Legge pochi giorni prima l’effettiva entrata in vigore del d.lgs 27/21 allo “scopo di evitare l’effetto abrogativo di tutte le disposizioni di carattere penale e amministrativo di cui alla L. 30 aprile 1962 n. 283, realizzato con Decreto Legislativo 27/2021, nonché di alcuni articoli del Decreto del Presidente della Repubblica 26 marzo 1980, n. 327 in materia di disciplina igienica della produzione e della vendita delle sostanze alimentari e delle bevande”. Ma, la fretta, si sa, è cattiva consigliera, ed il tentativo del Governo di correre urgentemente ai ripari, seppur abbia impedito la totale abrogazione di alcune fattispecie incriminatrici,
ha generato nuove problematiche interpretative: tra le più importanti, la difficoltà per gli addetti ai lavori di individuare con sufficiente precisione le disposizioni effettivamente abrogate del DPR 327/80 e quelle, invece, ancora vigenti e la mancata introduzione di rimedi giuridici capaci di garantire un equo contraddittorio tra le aziende e le autorità preposte durante le procedure di accertamento e controllo. Non rimane da sperare, quindi, che il Parlamento introduca – in sede di conversione di Legge – le più opportune modifiche al Decreto Legge del Governo al fine di garantire alle industrie alimentari e ai consumatori un’adeguata e precisa tutela sanzionatoria contro i sempre più numerosi reati alimentari.

Francesco Maria Froldi
Quid Juris?- Studio Legale Associato

Sospensione dazi USA-UE: una boccata d’ossigeno per il Made in Italy

GAZZETTA DI PARMA – INSERTO “ECONOMIA” – 22 marzo 2021

Nel quadro del contenzioso sugli aiuti pubblici ai gruppi Airbus e Boeing sono stati sospesi per quattro mesi i dazi aggiuntivi imposti da USA e UE alle esportazioni di alcuni prodotti agroalimentari del Made in Italy.

La disputa Airbus- Boeing

Il contenzioso sugli aiuti pubblici ai gruppi Airbus e Boeing risale al 2004 ma solamente nel 2019 l’organo d’appello dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC) ha statuito sulla reciproca violazione, da parte di UE e di USA, delle regole convenzionali internazionali imposte dalla stessa OMC in materia di sussidi statali. Nell’ottobre del 2019, l’OMC ha quindi autorizzato gli Stati Uniti ad adottare contromisure nei confronti delle esportazioni europee per un valore massimo di 7,5 miliardi di dollari, permettendo al contempo anche all’UE di prendere contromisure similari per un valore di 4 miliardi di dollari questa volta nei confronti delle esportazioni statunitensi verso l’UE. Nonostante un primo tentativo europeo di conciliazione, l’amministrazione Trump ha, però, perseguito la propria politica protezionistica applicando immediatamente dazi doganali aggiuntivi non solo sui prodotti del settore dell’aeromobile ma anche su numerose altre merci, tra cui quelle del comparto agroalimentare italiano. Per quanto riguarda il Made in Italy, l’applicazione di questi nuovi dazi ha colpito soprattutto i formaggi (Parmigiano, Gorgonzola, Asiago, Fontina), i salumi, i crostacei, i molluschi, gli agrumi, i succhi ed i liquori, prodotti che hanno subito un aumento del 25% delle tariffe sulle esportazioni, per un totale di mezzo miliardo di euro persi dai produttori. Per meglio comprendere la reale entità dei dazi applicati dagli USA sui prodotti italiani, si pensi che sul Parmigiano Reggiano pesavano tariffe aggiuntive pari al 25% – da 2,15 a 6 dollari al chilo in più – con un aumento del prezzo a scaffale per i consumatori americani dai 40 ai 45 dollari al chilo!

L’amministrazione Biden inverte la rotta

Consapevole di questi aggravi commerciali, il neo-eletto Presidente USA, Mr. Joe Biden, aveva già dichiarato in campagna elettorale di essere pronto a rilanciare la politica commerciale statunitense sul mercato europeo, rompendo con quella politica conservatrice e protezionista portata avanti dal suo predecessore e aprendo così un nuovo capitolo all’insegna della ricostruzione di una forte alleanza atlantica anche al fine di contenere la minacciosa economia cinese. Pochi giorni dopo il suo insediamento nell’ufficio ovale, infatti, ottemperando alle sue promesse elettorali, Mr. Biden ha personalmente telefonato alla Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, allo scopo di concordare una reciproca temporanea sospensione dei dazi aggiuntivi imposti dalle due potenze internazionali a seguito della ormai annosa controversia sugli aiuti pubblici ai gruppi Airbus e Boeing. La conferma della sospensione è poi arrivata dalla stessa Presidente della Commissione UE: “Come nuovo inizio per la nostra partnership, abbiamo deciso di sospendere tutte le tariffe relative alle controversie Airbus-Boeing su aeromobili e prodotti non aerei per un periodo iniziale di 4 mesi”. La sospensione annunciata relativa ai dazi aggiuntivi imposti da USA e UE nell’ambito della controversia Airbus-Boeing ha avuto piena attuazione dalla mezzanotte dell’11 marzo 2021 e perdurerà almeno fino alla mezzanotte dell’11 luglio 2021. Tale notizia è stata accolta con grande entusiasmo dalle tante associazioni dell’agroalimentare italiano che, seppur per un breve periodo, potranno tornare a commercializzare i propri prodotti sul mercato statunitense a prezzi inferiori, favorendo così la crescita dell’export del Made in Italy e non solo.

In vista di una sospensione definitiva

Nonostante gli iniziali entusiasmi, però, è necessario procedere cautamente dal momento che l’odierna sospensione dei dazi aggiuntivi risulta essere limitata al solo periodo 11 marzo-11 luglio 2021, periodo dopo il quale i dazi doganali imposti dall’amministrazione statunitense potrebbero essere nuovamente applicati ai prodotti di importazione europea. Tuttavia, una nota congiunta in cui si legge che “Ue e Usa hanno inoltre preso l’impegno di lavorare insieme alla risoluzione definitiva di questa controversia [leggasi controversia Boeing-Airbus]” sembrerebbe smentire che si possa verosimilmente ritornare a quel regime di battaglia commerciale impostato da Trump durante la sua Presidenza e scaturito poi nell’immediata applicazione di nuove misure protezionistiche dell’economia americana quale l’applicazione di dazi aggiuntivi su determinati prodotti d’importazione. Secondo gli osservatori, infatti, la sospensione temporanea dovrebbe portare a una normalizzazione dei rapporti commerciali tra Stati Uniti e Unione Europea nel corso dei prossimi mesi, ristabilendo l’equilibrio economico che da sempre ha contraddistinto i rapporti tra le due coste atlantiche nel rispetto del multilateralismo. Sulla scia di tali dichiarazioni, l’eurodeputato Paolo De Castro, primo vice-presidente della commissione Agricoltura e Sviluppo Rurale è così intervenuto: “È tornato il tempo del dialogo e della fiducia: lavoriamo ora per una soluzione negoziata e duraturo”. Insomma, buone premesse per una crescita dell’export agroalimentare Made in Italy nella terra del Far West!

Francesco Maria Froldi

Quid Juris?- Studio Legale Associato

 

Pratiche sleali nella filiera agricola ed alimentare? Ci pensa la direttiva UE 633/2019.

GAZZETTA DI PARMA – INSERTO “ECONOMIA” – 15 febbraio 2021

La direttiva europea sulle pratiche commerciali sleali nei rapporti tra imprese della filiera agricola ed alimentare (direttiva UE 633/2019), dovrà essere recepita dagli Stati membri entro il 1 maggio 2021.

Gli squilibri commerciali nell’agroalimentare

In tutti i settori si verificano pratiche commerciali sleali e così anche nella filiera agroalimentare europea dove i piccoli-medi produttori sono sottoposti a pressioni economiche da parte di grandi società nazionali e multinazionali, oltre che a supermercati e rivenditori, che sfruttano il loro potere contrattuale per sottoporre ad indebite pressioni economiche le piccole e medie imprese (PMI) che non dispongono di un potere contrattuale sufficiente, inducendole a stipulare accordi commerciali spesso svantaggiosi ed iniqui. Tali pratiche commerciali scorrette minacciano la sopravvivenza dei piccoli produttori locali e scoraggiano le piccole imprese dall’apportare investimenti in prodotti e tecnologie  nuovi e dall’accedere ai nuovi mercati internazionali. Alla luce di tali squilibri e nell’ottica di armonizzare le normative nazionali dei Paesi Membri dell’Unione, fin dal 2016 la Commissione Europea ha istituito una task force sui mercati agricoli (AMTF) per valutare il ruolo degli agricoltori nella più ampia catena di approvvigionamento alimentare e formulare raccomandazioni sulle modalità di rafforzamento e, dopo soli due anni, ha altresì avanzato la proposta di introdurre una nuova direttiva in contrasto delle pratiche commerciali sleali nella catena di approvvigionamento alimentare. Tale direttiva 633/2019  è stata poi approvata dal Parlamento UE e dal Consiglio nell’aprile 2019 con lo scopo di assicurare un trattamento più equo ed equilibrato ad agricoltori e piccole e medie imprese operanti nell’agroalimentare europeo. Secondo alcune stime, la nuova direttiva proteggerà il 100% degli agricoltori e il 97% delle aziende agroalimentari dell’Unione, con un margine d’applicazione talmente ampio da includere tutte le aziende aventi un fatturato inferiore di 350 milioni di euro. Per la prima volta, saranno proibite su tutto il territorio dell’UE ben 16 pratiche commerciali sleali imposte unilateralmente da un partner commerciale a un altro.

I divieti imposti dalla direttiva

Con 44 “considerando” iniziali e 15 articoli, la direttiva 633/2019 si pone come obiettivo quello di contrastare le pratiche che si discostano nettamente dalle buone pratiche commerciali, quelle contrarie ai principi di buona fede e correttezza e/o quelle imposte unilateralmente da un partner commerciale alla sua controparte (Art. 1.1.). Nella normativa viene previsto un vero e proprio elenco minimo di pratiche commerciali sleali vietate nelle relazioni tra acquirenti e fornitori lungo la filiera agricola e alimentare, stabilendo un fondamento giuridico basilare sul l’applicazione di tali divieti nonché disposizioni per il coordinamento tra le autorità di contrasto. L’ambito di applicazione della direttiva, così come sancito dall’art 1, si estende a tutti gli acquirenti diversi dai consumatori da una parte e dai fornitori dall’altra, questi ultimi da intendersi come qualsiasi produttore agricolo, sia esso persona fisica o giuridica, che commercializza prodotti agricoli ed alimentari. Secondo l’art. 3 – comma 1, sono vietati a priori le pratiche commerciali sleali quali, tra le più considerevoli, i ritardi nei pagamenti oltre 30 giorni per i prodotti alimentari deperibili e 60 giorni per gli altri prodotti (lett. a), gli annullamenti di ordini con breve preavviso tale da impedire al fornitore una commercializzazione o un utilizzo alternativo (lett. b), le modifiche unilaterali ai contratti da parte dell’acquirente delle condizioni di un accordo di fornitura (lett. c), la restituzione di prodotti invenduti o sprecati, il pagamento da parte dei produttori di importi a copertura dei costi di commercializzazione sostenuti dall’acquirente (lett. e), il rifiuto dell’acquirente di stipulare per iscritto un accordo proposto dal fornitore a conferma della fornitura (lett. f), l’acquisizione, utilizzazione e divulgazione illecite da parte dell’acquirente dei segreti commerciali del fornitore (lett. g), la minaccia da parte dell’acquirente di mettere in atto o l’avere messo in atto ritorsioni commerciali nei confronti del fornitore quando quest’ultimo esercita diritti contrattuali e legali di cui gode (lett. h). Se il comma 1 dell’art. 3 stabiliva divieti a priori, indipendentemente dai singoli accordi tra le parti, il comma 2 del medesimo articolo statuisce invece che gli Stati membri debbano adottare una normativa che consideri la possibilità di convalidare alcune pratiche commerciali ritenute preliminarmente vietate – quali ad esempio la restituzione al fornitore di prodotti agricoli e alimentari rimasti invenduti, senza corresponsione di alcun pagamento o la richiesta al fornitore di pagare i costi della pubblicità, del marketing, del personale incaricato alla vendita – qualora queste siano state concordate in termini chiari ed univoci nell’accordo di compravendita tra il fornitore e l’acquirente o in altro accordo successivo.

Il recepimento della normativa europea in Italia

La direttiva europea 633/2019 è stata recepita attraverso la legge di delegazione europea 2019-2020 in cui il Parlamento italiano, dopo aver approvato i princìpi ed i criteri direttivi in materia di pratiche commerciali sleali nei rapporti tra imprese dell’agroalimentare, ha altresì delegato al Governo italiano la promulgazioni di leggi ad hoc e la modifica di quelle già esistenti nel panorama normativo italiano. L’intera normativa sulla commercializzazione dei prodotti agricoli ed alimentari dovrà dunque essere revisionata alla luce delle nuove disposizioni europee, ed in particolare alla luce della disciplina prevista dell’art. 62 del decreto legge n.1 del 2012 (c.d. decreto Cresci Italia), convertito in legge con L. n. 27 del 2012 e poi modificato dal decreto legge n. 51 del 2015 in materia di contratti e relazioni commerciali relativi a cessioni di prodotti agricoli e alimentari e nel relativo, ivi compresa la revisione del relativo regolamento di attuazione. I Paesi membri, tra cui l’Italia, avranno tempo fino al 1 maggio 2021 per recepire la direttiva e fino al 1 novembre 2021 per attuarla pienamente, tutelando così migliaia di PMI italiane che operano quotidianamente nella produzione di beni agroalimentari di qualità, incluse DOP/DOC/IGP, e ristabilendo un equilibrio economico tra piccoli e grandi partner commerciali. In attesa del recepimento in Italia della direttiva sarà comunque auspicabile che le aziende rivedano gli accordi di fornitura tra imprese operanti nella filiera alimentare onde verificarne la compatibilità con la nuova direttiva, individuando le eventuali clausole di contrasto nonché valutando un’integrazione degli accordi già stipulati con le nuove disposizioni attuative italiane.

Francesco Maria Froldi

Quid Juris?- Studio Legale Associato

BREXIT: senza accordo dazi alimentari in crescita del 13%

GAZZETTA DI PARMA – INSERTO “ECONOMIA” – 07 dicembre 2020

Mentre i negoziati tra UE e UK sono ancora in alto mare, le aziende europee dell’agroalimentare si preparano a commerciare con il Regno Unito nell’epoca post-Brexit.

Con la definitiva uscita del Regno Unito dall’Unione Europea prevista per il 1 gennaio 2021, gli effetti negativi della Brexit sul commercio e sull’economia europea ed internazionale si faranno evidenti: per continuare a commerciare ed esportare in UK le imprese dovranno infatti adeguarsi alle nuove normative previste e saranno obbligate a dotarsi di un identificativo inglese oltre che di rispettare le ristabilite formalità doganali. La Brexit decreterà inoltre l’immediata invalidità dei marchi dell’Unione Europea (marchi UE), delle privative comunitarie e delle indicazioni geografiche nel Regno Unito.

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ASSOLUZIONI DAL REATO DI BANCAROTTA FRAUDOLENTA

Lo Studio QUID JURIS? ha difeso con successo alcuni degli imputati che erano accusati del reato di bancarotta fraudolenta nel procedimento penale relativo al fallimento della Cooperativa Di Vittorio, realtà conosciuta da oltre 50 anni sul territorio emiliano.

Con grande soddisfazione di tutti, il Giudice Conti ha assolto da tutti i capi gli imputati da noi difesi.

Ringraziamo anche i colleghi avvocati, con cui abbiamo più volte avuto modo di confrontarci e discutere al fine di adottare una difesa comune nell’interesse dei rispettivi clienti.

 

Misure anti-crisi a sostegno del settore vitivinicolo

Lo Studio Quid Juris? risponde alle domande dei lettori in materia di legislazione agroalimentare.

GAZZETTA DI PARMA – INSERTO “ECONOMIA” – 29 Giugno 2020

Lo Studio Legale Quid Juris? scrive in risposta ai lettori della Gazzetta di Parma in materia di misure anti-crisi previste dal DL Rilancio a tutela del settore vitivinicolo.

A seguito dell’epidemia di coronavirus, il mercato del comparto vitivinicolo ha accusato un duro colpo, soprattutto a causa del fermo delle attività turistico-recettive che oggi rappresentano circa il 70% del fatturato del settore. In tale contesto, le cantine hanno registrato un forte incremento delle giacenze di magazzino e gli operatori del settore mostrano grandi preoccupazioni in vista della nuova vendemmia 2020.

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