Rischio carcere per chi commercializza IG contraffatte

GAZZETTA DI PARMA – INSERTO “ECONOMIA” –  21 giugno 2021

A seguito di una perquisizione dell’autorità di controllo, i titolari di alcuni esercizi commerciali siciliani che rivendevano false confezioni di “Cioccolato di Modica IGP” sono stati denunciati penalmente e rischiano la reclusione in carcere fino a 4 anni!

A seguito di una perquisizione della Guardia di Finanza di Ragusa, sono stati sequestrati 20 mila confezioni false di cioccolato di Modica, di cui almeno 6.000 recanti illecitamente la sigla IGP sulle confezioni, per un valore commerciale di oltre 50 mila euro. Per i titolari dei 6 esercizi commerciali è subito scattata una denuncia per frode nell’esercizio del commercio e per contraffazione di indicazioni geografiche o denominazione di origine di prodotto agroalimentare. Ora rischiano il carcere ed una multa piuttosto onerosa.

Frode nell’esercizio del commercio

Per quanto riguarda il primo reato attribuito ai commercianti siciliani, la frode nell’esercizio del commercio, è bene ricordare come questo sia regolato all’art. 515 del codice penale e rientri tra i delitti contro l’economia pubblica. Esso è finalizzato alla protezione sia del pubblico dei consumatori, che degli stessi commercianti ed è posto a tutela della libertà, della produzione e dello scambio di beni e servizi, nonché a protezione della fiducia nell’esercizio delle attività commerciali. Tale reato, punito con la  reclusione fino a 2 anni e con una multa fino a Eur 2.065, si configura ogni qualvolta in un’attività commerciale o in uno spaccio aperto al pubblico venga consegnato all’acquirente un bene diverso da quello inizialmente dichiarato o pattuito con il commerciante, ossia eterogeneo per origine, provenienza, qualità o quantità. Per quanto riguarda la volontà del soggetto di commettere un illecito, è sufficiente che colui che ponga in essere la condotta fraudolenta – sia esso il titolare di una ditta o di un esercizio commerciale o un suo dipendente o rappresentante – abbia la consapevolezza di vendere un prodotto effettivamente dissimile da quello richiesto (e pagato) dal consumatore. Nel caso del cioccolato sequestrato a Ragusa, per esempio, l’intento dei soggetti arrestati di commercializzare un cioccolato “di Modica” in realtà prodotto all’estero, avrebbe indotto numerosi consumatori a comprare quelle false confezioni di cioccolato modicano ad un prezzo di molto maggiore rispetto a quello di un normale cioccolato da scaffale non garantito per provenienza ed origine, consegnando ai clienti un prodotto diverso da quello auspicato così da perfezionare il reato di frode nell’esercizio del commercio.

Contraffazione di DOC/DOP/IGP

I titolari indagati non rischiano solo una denuncia per frode nell’esercizio del commercio: la Guardia di Finanza ha infatti riscontrato la presenza di circa 6.000 confezioni, di falso cioccolato di Modica su cui veniva riportata l’ingannevole dicitura “IGP”. Nella piena consapevolezza che quei prodotti non fossero realmente contraddistinti come Indicazione Geografica, i militari hanno quindi fermato gli odierni indagati accusandoli  del reato di cui all’art. 517-quater del codice penale rubricato “Contraffazione di indicazioni geografiche o denominazioni di origine dei prodotti agroalimentari”. Tale norma, introdotta al fine di garantire una maggiore tutela ai diritti di proprietà industriale con la L. n. 99 del 2009, mira a sanzionare con la reclusione fino a due anni e con una multa fino ad Euro 20.000 chiunque, a fini di profitto, introduca nel territorio dello Stato, detenga per la vendita, offra in vendita diretta ai consumatori e metta in circolazione prodotti agroalimentari con indicazioni o denominazioni contraffatte (comma 2). L’art. 517-quater cp non richiede che l’origine del prodotto sia tutelata attraverso la registrazione di un marchio collettivo ai sensi della normativa nazionale e fornisce una tutela certamente più ampia di quella riconducibile all’art. 517 cp – “Vendita di prodotti industriali con segni mendaci” che punisce la messa in circolazione di prodotti con segni distintivi ingannevoli, in quanto non richiede che le indicazioni fallaci siano idonee ad ingannare il pubblico dei consumatori, orientando la tutela verso gli interessi economici dei produttori titolati ad utilizzare le predette indicazioni o denominazioni.

Alla luce di quanto appena successo in Sicilia, il legislatore promette di intensificare i controlli sulla filiera agroalimentare e di punire duramente gli illeciti di questo tenore. Si prospettano tempi (ancora più) duri per coloro che contraffanno prodotti IGP/DOC/DOP…

FOCUS TECNICO

L’interpretazione estensiva della Cassazione sull’art 517 quater a tutela delle IG

Con la sentenza n. 49889 del 10 ottobre 2019, la Sezione Terza Penale della Corte di Cassazione, chiamata a decidere su un provvedimento di sequestro di mosto di uve da tavola destinato alla produzione di aceto balsamico di Modena sebbene diverso da quello prodotto con specifici vitigni e secondo le previsioni del disciplinare di produzione, ha offerto un’analisi accurata della condotta tipica descritta all’art. 517 quater c.p. rubricato “Contraffazione di indicazioni geografiche o denominazioni di origine dei prodotti agroalimentari”. Nella stessa giurisprudenza, la corte Suprema ha anche statuito come sia possibile sostenere l’estensione della garanzia penalistica non solo all’indicazione IGP/DOP in sé e per sé considerata, ma anche alle indicazioni contenute nel relativo disciplinare e, pertanto, alle materie prime utilizzate (nonché al luogo di produzione, il metodo di ottenimento del prodotto costituenti contenuto minimo del disciplinare); ne deriverebbe che il delitto di contraffazione di indicazioni geografiche o denominazioni di origine dei prodotti agroalimentari sarebbe configurabile non solo nel caso di falsificazione (totale o parziale) del segno IGP/DOP, ma anche quando non sia rispettato il relativo disciplinare di produzione.

Francesco Maria Froldi
Quid Juris?- Studio Legale Associato

Pratiche sleali nella filiera agricola ed alimentare? Ci pensa la direttiva UE 633/2019.

GAZZETTA DI PARMA – INSERTO “ECONOMIA” – 15 febbraio 2021

La direttiva europea sulle pratiche commerciali sleali nei rapporti tra imprese della filiera agricola ed alimentare (direttiva UE 633/2019), dovrà essere recepita dagli Stati membri entro il 1 maggio 2021.

Gli squilibri commerciali nell’agroalimentare

In tutti i settori si verificano pratiche commerciali sleali e così anche nella filiera agroalimentare europea dove i piccoli-medi produttori sono sottoposti a pressioni economiche da parte di grandi società nazionali e multinazionali, oltre che a supermercati e rivenditori, che sfruttano il loro potere contrattuale per sottoporre ad indebite pressioni economiche le piccole e medie imprese (PMI) che non dispongono di un potere contrattuale sufficiente, inducendole a stipulare accordi commerciali spesso svantaggiosi ed iniqui. Tali pratiche commerciali scorrette minacciano la sopravvivenza dei piccoli produttori locali e scoraggiano le piccole imprese dall’apportare investimenti in prodotti e tecnologie  nuovi e dall’accedere ai nuovi mercati internazionali. Alla luce di tali squilibri e nell’ottica di armonizzare le normative nazionali dei Paesi Membri dell’Unione, fin dal 2016 la Commissione Europea ha istituito una task force sui mercati agricoli (AMTF) per valutare il ruolo degli agricoltori nella più ampia catena di approvvigionamento alimentare e formulare raccomandazioni sulle modalità di rafforzamento e, dopo soli due anni, ha altresì avanzato la proposta di introdurre una nuova direttiva in contrasto delle pratiche commerciali sleali nella catena di approvvigionamento alimentare. Tale direttiva 633/2019  è stata poi approvata dal Parlamento UE e dal Consiglio nell’aprile 2019 con lo scopo di assicurare un trattamento più equo ed equilibrato ad agricoltori e piccole e medie imprese operanti nell’agroalimentare europeo. Secondo alcune stime, la nuova direttiva proteggerà il 100% degli agricoltori e il 97% delle aziende agroalimentari dell’Unione, con un margine d’applicazione talmente ampio da includere tutte le aziende aventi un fatturato inferiore di 350 milioni di euro. Per la prima volta, saranno proibite su tutto il territorio dell’UE ben 16 pratiche commerciali sleali imposte unilateralmente da un partner commerciale a un altro.

I divieti imposti dalla direttiva

Con 44 “considerando” iniziali e 15 articoli, la direttiva 633/2019 si pone come obiettivo quello di contrastare le pratiche che si discostano nettamente dalle buone pratiche commerciali, quelle contrarie ai principi di buona fede e correttezza e/o quelle imposte unilateralmente da un partner commerciale alla sua controparte (Art. 1.1.). Nella normativa viene previsto un vero e proprio elenco minimo di pratiche commerciali sleali vietate nelle relazioni tra acquirenti e fornitori lungo la filiera agricola e alimentare, stabilendo un fondamento giuridico basilare sul l’applicazione di tali divieti nonché disposizioni per il coordinamento tra le autorità di contrasto. L’ambito di applicazione della direttiva, così come sancito dall’art 1, si estende a tutti gli acquirenti diversi dai consumatori da una parte e dai fornitori dall’altra, questi ultimi da intendersi come qualsiasi produttore agricolo, sia esso persona fisica o giuridica, che commercializza prodotti agricoli ed alimentari. Secondo l’art. 3 – comma 1, sono vietati a priori le pratiche commerciali sleali quali, tra le più considerevoli, i ritardi nei pagamenti oltre 30 giorni per i prodotti alimentari deperibili e 60 giorni per gli altri prodotti (lett. a), gli annullamenti di ordini con breve preavviso tale da impedire al fornitore una commercializzazione o un utilizzo alternativo (lett. b), le modifiche unilaterali ai contratti da parte dell’acquirente delle condizioni di un accordo di fornitura (lett. c), la restituzione di prodotti invenduti o sprecati, il pagamento da parte dei produttori di importi a copertura dei costi di commercializzazione sostenuti dall’acquirente (lett. e), il rifiuto dell’acquirente di stipulare per iscritto un accordo proposto dal fornitore a conferma della fornitura (lett. f), l’acquisizione, utilizzazione e divulgazione illecite da parte dell’acquirente dei segreti commerciali del fornitore (lett. g), la minaccia da parte dell’acquirente di mettere in atto o l’avere messo in atto ritorsioni commerciali nei confronti del fornitore quando quest’ultimo esercita diritti contrattuali e legali di cui gode (lett. h). Se il comma 1 dell’art. 3 stabiliva divieti a priori, indipendentemente dai singoli accordi tra le parti, il comma 2 del medesimo articolo statuisce invece che gli Stati membri debbano adottare una normativa che consideri la possibilità di convalidare alcune pratiche commerciali ritenute preliminarmente vietate – quali ad esempio la restituzione al fornitore di prodotti agricoli e alimentari rimasti invenduti, senza corresponsione di alcun pagamento o la richiesta al fornitore di pagare i costi della pubblicità, del marketing, del personale incaricato alla vendita – qualora queste siano state concordate in termini chiari ed univoci nell’accordo di compravendita tra il fornitore e l’acquirente o in altro accordo successivo.

Il recepimento della normativa europea in Italia

La direttiva europea 633/2019 è stata recepita attraverso la legge di delegazione europea 2019-2020 in cui il Parlamento italiano, dopo aver approvato i princìpi ed i criteri direttivi in materia di pratiche commerciali sleali nei rapporti tra imprese dell’agroalimentare, ha altresì delegato al Governo italiano la promulgazioni di leggi ad hoc e la modifica di quelle già esistenti nel panorama normativo italiano. L’intera normativa sulla commercializzazione dei prodotti agricoli ed alimentari dovrà dunque essere revisionata alla luce delle nuove disposizioni europee, ed in particolare alla luce della disciplina prevista dell’art. 62 del decreto legge n.1 del 2012 (c.d. decreto Cresci Italia), convertito in legge con L. n. 27 del 2012 e poi modificato dal decreto legge n. 51 del 2015 in materia di contratti e relazioni commerciali relativi a cessioni di prodotti agricoli e alimentari e nel relativo, ivi compresa la revisione del relativo regolamento di attuazione. I Paesi membri, tra cui l’Italia, avranno tempo fino al 1 maggio 2021 per recepire la direttiva e fino al 1 novembre 2021 per attuarla pienamente, tutelando così migliaia di PMI italiane che operano quotidianamente nella produzione di beni agroalimentari di qualità, incluse DOP/DOC/IGP, e ristabilendo un equilibrio economico tra piccoli e grandi partner commerciali. In attesa del recepimento in Italia della direttiva sarà comunque auspicabile che le aziende rivedano gli accordi di fornitura tra imprese operanti nella filiera alimentare onde verificarne la compatibilità con la nuova direttiva, individuando le eventuali clausole di contrasto nonché valutando un’integrazione degli accordi già stipulati con le nuove disposizioni attuative italiane.

Francesco Maria Froldi

Quid Juris?- Studio Legale Associato

BREXIT: senza accordo dazi alimentari in crescita del 13%

GAZZETTA DI PARMA – INSERTO “ECONOMIA” – 07 dicembre 2020

Mentre i negoziati tra UE e UK sono ancora in alto mare, le aziende europee dell’agroalimentare si preparano a commerciare con il Regno Unito nell’epoca post-Brexit.

Con la definitiva uscita del Regno Unito dall’Unione Europea prevista per il 1 gennaio 2021, gli effetti negativi della Brexit sul commercio e sull’economia europea ed internazionale si faranno evidenti: per continuare a commerciare ed esportare in UK le imprese dovranno infatti adeguarsi alle nuove normative previste e saranno obbligate a dotarsi di un identificativo inglese oltre che di rispettare le ristabilite formalità doganali. La Brexit decreterà inoltre l’immediata invalidità dei marchi dell’Unione Europea (marchi UE), delle privative comunitarie e delle indicazioni geografiche nel Regno Unito.

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Misure anti-crisi a sostegno del settore vitivinicolo

Lo Studio Quid Juris? risponde alle domande dei lettori in materia di legislazione agroalimentare.

GAZZETTA DI PARMA – INSERTO “ECONOMIA” – 29 Giugno 2020

Lo Studio Legale Quid Juris? scrive in risposta ai lettori della Gazzetta di Parma in materia di misure anti-crisi previste dal DL Rilancio a tutela del settore vitivinicolo.

A seguito dell’epidemia di coronavirus, il mercato del comparto vitivinicolo ha accusato un duro colpo, soprattutto a causa del fermo delle attività turistico-recettive che oggi rappresentano circa il 70% del fatturato del settore. In tale contesto, le cantine hanno registrato un forte incremento delle giacenze di magazzino e gli operatori del settore mostrano grandi preoccupazioni in vista della nuova vendemmia 2020.

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PERCHE’ E’ IMPORTANTE PROTEGGERE UN’INDICAZIONE GEOGRAFICA? Perchè ne va della nostra economia, della nostra salute e delle nostre tradizioni…

Il termine “indicazione geografica” (IG) fa riferimento a una denominazione, a una descrizione o a un altro significante utilizzati per identificare determinati vini, bevande spiritose, prodotti agricoli o alimentari come originari del territorio di un paese, di una regione o di una località specifici qualora una determinata qualità, la notorietà o altre caratteristiche del prodotto siano essenzialmente attribuibili alla sua origine geografica. Continua a leggere l'articolo